L’equivocata “Ultima Cena di Parigi 2024”

L’equivocata “Ultima Cena di Parigi 2024” un discutibile ritratto della moda parigina prima ancora che “presunto affronto” alla cristianità.
Quando il messaggio scalpita più smanioso del suo stesso mezzo.
Sulle note della dj icona LGBT Barbara Butch, incoronata di Swarowsky e vestita dal giovane talento e designer parigino Victor Weinsanto , la mise en scene del sesto quadro “FESTIVITÉ” della Cerimonia d’Apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, firmata nella sua totalità dal direttore artistico Thomas Jolly, intrinseco omaggio alla moda parigina quale palco mondiale dell’inclusione e dell’amore, diviene un’ordinata installazione sequenziale di modelli, drag queen e performers sembrerebbero emblematicamente disposti come gli “Apostoli dell’Ultima Cena” (l’equivoco verrà chiarito solo il giorno a seguire) attorno alla tornita ed iconica dj quale divinità che dà l’avvio alle danze.

La presunta tavola successivamente rivelata quale ispirazione invece del dipinto “Le Festin des Dieux” lunga tutta la Passerelle Debilly sullo sfondo della Tour Eiffel, si tramuta dunque in una passerella di moda vera e propria in cui sfilano i capi di 15 giovani ed affermati designers della capitale scelti dalla direttrice artistica dei costumi Daphné Bürki.

Un quadro che ha fatto il giro del mondo per il suo presunto equivocato affronto alla cristianità, ma di cui ribaltando l’ordine dei fattori interpretativo a risentirsi un po’ dovrebbe essere l’universo della moda, che in mondo visione Parigi sotto il cappello della “festa dell’inclusività” si appresta a rappresentare con la sua “avanguardia”.

Se si può rimanere infatti quanto meno perplessi dalla parata in rosa di inizio cerimonia dei personaggi della tradizione popolare francese …

…o ancora sulle scelte di stile del noto e giovane designer Charles De Vilmorin nell’interpretare anche qui come degli improbabili e cartooneschi personaggi di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, un ben più improbabile ménage à trois rispetto al “Jules et Jim” di ispirazione, noto film capolavoro della Nouvelle Vague, di François Truffaut , alla scoperta delle letture proibite della letteratura francese …

… difficile diventa invece sorvolare sul defilé appositamente offerto nel sesto quadro, dei dodici totali della cerimonia, inaugurato dalla madrina queer Barbara Butch ove si dà un’immagine planetaria del concetto di festivité francese attraverso il mondo della moda e dell’ “amore…” interpretato dai giovani designers selezionati dalla Bürki.


Apre le danze l’ex indossatrice Farida Khelfa, con un abito, sempre rosa, realizzato interamente con scarti di riciclo parigino e tagliato al laser dall’atelier Cutter Desing. Abito di per sé gradevole ma totalmente decontestualizzato e reso privo di carattere nella “non – collezione” in passerella , giacché circondato da una moltitudine di coloratissime, truccatissime ed aggressivissime drag on stage, e non solo, in grado d’ invalidare la centralità della non così riuscita mise en scene stessa degli abiti indossati.
Mise en scene che in generale, (ma sarà stata solo una carenza registica nelle riprese…), non è riuscita a far arrivare la cifra stilistica dei designers selezionati dalla direttrice dei costumi, anche se un leit motiv di sottotesto nella loro ricerca artistica fetish, piuttosto “cattivona” e sembrerebbe gender ultra fluid, si palesa visitando i loro profili social, che con lo sport ed i suoi valori intrinseci ed universali se ne fatica a vedere la coesione.

Per poi chiudere con l’iconica atleta paralimpica Bebe Vio, vestita da Kevin Germanier noto per la volontà di plasmare “l’immaginario della moda eco-friendly traendo ispirazione da una visione futuristica dell’utopia”.
Utopia di cui hanno beneficiato grandi star come Lady Gaga, Taylor Swift, Kristen Stewart ma a mio parere non certo la nostra Bebe Vio.
L’unica evidenza che pare chiara è che le ambizioni del couturier subissano letteralmente la modella, rendendola percettivamente un’allegra e farsesca ape maia, sempre nelle sfumature del rosa…, incurante di una visione generale delle forme, dell’intrinseco valore carismatico da guerriera della donna, prima ancora che grande campionessa, che a mio parere nel rispetto della persona avrebbe dovuto esser tesa a dare dignità somma agli arti artificiali, valorizzando quel corpo, quel cuore e quella mente che li porta, nel dominio dell’intera figura e “indossati” da un’iconica campionessa nota schermitrice paraolimpica.
Iconografico affronto (a quanto pare non l’unico) ad una giovane donna, in questo caso inconsapevole strumento del sistema (ma se la giocheranno sull’ironia …) smanioso d’autocelebrarsi. Lei la combattiva e piena di vigore Bebe Vio certo sarebbe potuta essere come poc’anzi sostenuto meglio interpretata, nella mise en scene di una “Paris Fashion Week” inclusiva.

A seguire nella parata in passerella osserviamo l’alternarsi di abiti eterogenei come la tuta guanto di una sexy bandiera francese nuovamente firmata Gilles Aquin, un’immagine simbolo del paese ospitante i Giochi dunque interessante se non fosse per l’isterico ancheggiare della filiforme mannequin, la transgender Raya Martigny.

Stile quest’ultimo che per nulla dialoga con il modello interpretativo di Victor Weinsanto, direi invece mal riuscito, della tradizione alsaziana, che vede l’indossatrice Ildjima ,alias Queen Toide, cavalcare la passerella tallonata da una specie di tenda dal motivo scozzese sempre in una declinata sfumatura del rosa ma che per nulla si correla con la cifra stilistica del suo designer.
Ma … “Vous n’avez encore rien vu” …
Dietro all’ambiziosa, teatrale ed inedita cerimonia che veste l’intera Parigi e delocalizza il suo centro per la prima volta da uno stadio (narrando così in mondovisione la sua storica grandeur attraverso la spettacolare iconicità della propria architettura), si insinua ed impone smaniosa la moda liquida e gender free promossa da Daphné Bürki, nella vita attrice, direttrice creativa e giurata del programma televisivo Drag Race France, un messaggio lanciato al mondo di una Francia che dice sì alla libertà ed all’amore ma altresì un vivido no all’intrinseco (in)tramontabile stile del DNA dei suoi couturièrs.

Parigi seppur non dimentica di sé stessa, considerato che il Gruppo LVMH è partner principale dei Giochi, (non solo realizzando i lussuosi bauli Louis Vuitton che custodiscono le favolose medaglie olimpiche, ma vestendo in Dior sia Lady Gaga nel suo ingresso in apertura della Cerimonia che Celin Dion in chiusura) è parsa, quanto meno agli occhi di molti telespettatori e di chi Vi scrive, più che altro smaniosa di lanciare un messaggio eversivo, oserei dire politico, condotto in gran segreto per ribellarsi come una bomba armata nel tempo che esplode in diretta, dichiarando al mondo che la Francia è e sarà sempre la patria della libertà, della fratellanza, dell’uguaglianza ma anche della trasgressione .
Naturalmente in questo caso sotto il cappello politically correct del “dialogo tra tradizione ed innovazione”.
Eppure in tutto questo a mio parere la direttrice dello styling e dei costumi, se ne è persa un pezzo per strada, e che PEZZO signori, il vessillo stesso con cui il contenuto vorrebbe farsi messaggio, lo STILE.
Quello unico ed estremo con cui Parigi è considerata la Capitale Mondiale della Moda, anzi come giustamente correggono i giornalisti in diretta nazionale, “una delle”.

A volte quando il messaggio scalpita più smanioso del suo stesso mezzo il senso finisce per svuotare la forma, estremizzare impoverisce il contenuto ed allora la “capitale dello stile”, sembra invece mettere in scena il defilé dell’istituto di moda di fine anno.

In ogni caso ben lungi dal non voler dare a Cesare quel che è di Cesare, quando nell’ultimo atto, calata la notte, la famosa innovazione porge il suo testimone alla tradizione, l’una nei panni di Jeanne Friot e l’altra in quelli di Christian Dior.
Un suggestivo bagliore nel buio (in senso stretto ed in senso lato) ci offre una Giovanna D’Arco, Santa Patrona di Francia, rivisitata in un’argentea moderna armatura in cuoio che col volto coperto cavalca la Senna sul suo futuristico metallico destriero, conducendo il Vessillo Olimpico sino ai piedi della Tour Eiffel.
Ultima impresa stilistica della giovane designer Jeanne Friot, anch’essa voluta tra gli stilisti “emergenti” da Daphné Bürki.

L’incessante cavalcata della mise en scene teatrale vivente di Parigi, culmina ove gli abili direttori artistici ed il comitato organizzatore ci dedicano uno spettacolo conclusivo meraviglioso, in un altro vero e proprio bagliore nel buio, in cui si apre l’ultimo atto.

Un pianista ed un pianoforte a coda, tutto magicamente avvolto nella notte, salvo una magnifica e lunare Celin Dion in Christian Dior, iconico stilista della Haute Couture francese brand oggi parte del gruppo LVHM, con abito e strascico impreziosito da migliaia di perle e cristalli che riflettono, sulle note dell’Inno all’Amore di Edith Piaf, l’ “ombra luminosa” della Tour Eiffel, ora siglata con la luce stessa dei 5 Cerchi Olimpici, ricordando al mondo con significativo orgoglio che Parigi è sempre magnificamente Parigi!

LEGGI ANCHE:
- Il Linguaggio non Verbale una chiave di lettura tanto nella Consulenza d’Immagine quanto in PsicologiaIn psicologia Leggere un paziente non solo attraverso i nodi della Sua psiche, ma anche attraverso le maglie invisibili del suo linguaggio non verbale è possibile? E’ ciò di cui abbiamo parlato insieme all’Istituto di Psicologia Individuale A. Adler.
- Tutte le divise olimpiche di Giorgio ArmaniDa Londra 2012 a Parigi 2024, il racconto di stile di tutte le divise Olimpiche e Paraolimpiche firmate Giorgio Armani.
- L’equivocata “Ultima Cena di Parigi 2024”Dietro all’ambiziosa, teatrale ed inedita cerimonia che veste l’intera Parigi e delocalizza il suo centro per la prima volta da uno stadio (narrando così in mondovisione la sua storica grandeur attraverso la spettacolare iconicità della propria architettura), si insinua ed impone smaniosa la moda liquida e gender free promossa da Daphné Bürki.

ALESSANDRA BELOTTI
Torinese di nascita, milanese di adozione. Una carriera da fotomodella e indossatrice, svolta per quindici anni presso le più prestigiose agenzie, nelle più importanti capitali della moda nazionale ed internazionale.
Gli anni accanto ai grandi Maestri della Moda, unitamente agli studi in Architettura al Politecnico, hanno condotto Alessandra Belotti a veicolare, in altrettanti quindici anni di attività, tutto il bagaglio acquisito in tale magico ambiente, nel potenziamento e cura della Consapevolezza Estetica e Comunicazione Stilistica della Persona, attraverso lo sviluppo di un segreto oggi da lei chiamato il Tu Esponenziale, il suo Metodo.



